Peccato. Peccato perché proprio non se ne sentiva né la necessità, né l’opportunità. Sta di fatto che in occasione del rilascio delle cifre dopo il primo anno di attività della nuova Alitalia, le polemiche sono pesantemente riaffiorate.
Ce n'é per tutti e si spazia su tutto, in pratica a 360 gradi: chi loda e applaude alle cifre raggiunte, chi invece parla di eccessivo ottimismo, e ci sono ancora tanti che recriminano sulla scelta fatta.
Un tale modo di vedere le cose deriva essenzialmente dall’arroccarsi su posizioni di parte, preconcette e non basate su analisi tecniche, che fa capire come in Italia non ci sia modo di giungere a un punto fermo da cui rimboccarsi le maniche e ripartire: ognuno rimane vittima della sua preconcetta faziosità.
Alitalia un anno fa aveva portato i suoi libri in tribunale, era in chiusura, e soltanto grazie alla mera coincidenza che questi eventi erano coincisi con il periodo di campagna elettorale, essa è stata all’ultimo momento salvata in extremis dal fallimento, con una trovata alchemica per molti versi discutibile, ma che di fatto ha permesso a un nutrito stuolo di lavoratori di conservare l’impiego e il salario, sia pur a condizioni riviste e corrette.
Questo dovrebbe essere l’unico punto di base da cui ripartire, questo il dato di fatto su cui basare eventuali discussioni, senza dover rispolverare il particolare - sia pur noto - che la crisi è stata causata da scelte dirigenziali sbagliate o che forse - tutto sommato - sarebbe stato meglio optare per un’altra scelta, dimenticando in quest’ultimo caso i “no”, i “ma” e i “se” che hanno accompagnato qualsivoglia soluzione veniva prospettata.
E così giungiamo ai nostri giorni quando vengono rilasciate le cifre relative ai primi 12 mesi e si sbandierano progressi nel trend del numero passeggeri, del load factor e delle finanze in linea con le previsioni.
Sul fronte del lavoro abbiamo letto che rispetto ai 12.500 dipendenti da assumere, secondo gli accordi con Palazzo Chigi del 2008, la compagnia dichiara di avere un organico di 14.000 persone, una eccedenza che però secondo i sindacati sarebbe dovuta al conteggio dei precari e dei part time.
Inoltre è stato annunciato l’avvio di nuovi servizi “low cost” da Malpensa avvalendosi di velivoli di AirOne.
Certo ci si può soffermare su questi dati e riaprire nuovamente le polemiche su Malpensa abbandonata, o ricordare che AirOne e Alitalia messe insieme nel 2009 hanno portato meno passeggeri di quanti ne avevano portati entrambi nel 2008 (25 milioni, contro 22) ma non sono questi - a nostro parere - i punti da ponderare.
Stiamo parlando del traffico aereo, di quella industria che in Europa si va costruendo intorno ai tre mega-poli di Francoforte, Parigi e Londra. Stiamo parlando di una industria ove i maggiori vettori, anche se già facenti parte di alleanze, navigano in acque tempestose (vedi Jal) o sentono la necessità di ulteriori mergers (vedi Iberia con British).
Ebbene in questo scenario cosa dobbiamo attenderci da una compagnia che sul lungo raggio dispone di una manciata di collegamenti, e che ora improvvisamente decide di mettersi a far concorrenza a quei vettori low cost che dominano il mercato europeo, italiano in particolare, con una nutrita flotta di velivoli i quali vettori non si limitano a lanciare semplici collegamenti point-to-point, ma addirittura a porre basi operative su più scali nazionali?
Quale strategia di recupero-quote si può intravedere dietro a una tale politica? A quale ruolo si punta?
Non solo, ma di fronte a questo generalizzato consolidarsi il quale investe non solo l’aspetto internazionale ma anche nazionale, come dimostra la recente decisone del governo sovietico di consolidare l’Aeroflot facendo convergere in essa 6 aerolinee minori, come giudicare il fatto che da noi il consolidamento del secondo maggiore vettore con Alitalia anziché portare ad una somma di forze ha significato un sottodimensionamento del vettore unico che ne è scaturito?
Ecco, è proprio la mancanza di un ruolo specifico sul mercato il punto debole di Alitalia, quello che più di ogni altro fa temere per il suo futuro.
Sono queste le domande che ci si dovrebbe porre nel valutare le opportunità della nuova compagnia, invece di rispolverare tutta la gamma delle polemiche che ne hanno accompagnato la prima dipartita.
Antonio Bordoni