Forse non ce ne rendiamo conto, ma il nostro mondo occidentale, giorno dopo giorno, si sta sgretolando intorno a noi. Ed è incredibile annotare l’apatia, la non curanza che accompagna questo pur evidentissimo processo. Se ciò potrebbe trovare giustificazione nei confronti dell’individuo quale massa, non è però accettabile a livello di chi ha il compito di dirigere le nazioni.
La Fiat vuole delocalizzare la produzione in un Paese straniero.
Si alzano gli scudi e si invita l’azienda a riconsiderare la sua decisione.
C’è chi ricorda gli aiuti che la casa automobilistica torinese ha avuto nel corso degli anni, c’è chi parla di tradimento, c’è chi non può immaginare una Torino senza produzione di auto e c’è chi pensa ai livelli occupazionali.
Ma dietro alla mossa della Fiat, da un punto di vista imprenditoriale, vi è la scelta del tutto comprensibile di installare la catena di produzione laddove la mano d’opera costa meno, e non solo, in quanto il governo serbo mette a disposizione 70 ettari di terreni che godranno dello status di zona franca e le nuove imprese saranno esentate per 10 anni dalle imposte comunali oltre ad ottenere un contributo governativo di 10mila euro per ogni addetto assunto.
Ebbene questo inestricabile groviglio di legittime prese di posizione lo dobbiamo a chi ci è venuto a raccontare la storia che la globalizzazione era cosa buona e giusta.
E non si è limitato solo a raccontarla, ma l’ha pure tradotta in pratica.
Secondo noi non era affatto difficile capire che l’individuo finchè è egli stesso produttore di qualcosa, può anche assumere la veste dell’acquirente, mentre invece se non produce più nulla, giungerà il momento in cui dovrà limitare o addirittura sospendere ogni suo consumo, iniziando dal superfluo.
Quando in questi tempi tutti si lamentano che gli acquisti ristagnano, in realtà siamo di fronte alle prevedibilissime conseguenze dovute al fatto che se fabbriche o imprese nostrane non generano lavoro locale, in Italia non si produce né reddito né risparmio e tutti saranno costretti a stringere la cinghia.
Quando si sono aperti i mercati e abbattute le frontiere ci hanno raccontato, ad esempio, che una industria spagnola sarebbe potuta venire a impiantare una fabbrica qui da noi, e a nostra volta l’imprenditore italiano avrebbe potuto fare altrettanto puntando sull’estero.
Ma la verità che tutti hanno preferito rimuovere, per usare un termine freudiano, è che nessun imprenditore, potendo scegliere, sarebbe venuto a impiantare una fabbrica in un Paese ove la pressione fiscale è al massimo delle graduatorie mondiali e dove è vigente un diritto del lavoro ingessato e asfittico.
Ebbene in questa partita doppia costituita da imprese che escono e imprese che entrano, l’Italia ne esce completamente a pezzi, avendo perso ogni possibilità di competere.
Bisogna infatti accettare una volta per tutte l’idea che un Paese per dare l’opportunità ai suoi cittadini di vivere e non di sopravvivere deve essere capace di produrre qualcosa, o in alternativa di riuscire ad attrarre capitali.
Noi non abbiamo appeal né sull’uno e tanto meno sull’altro fronte.
Paradossalmente poi avverrà che il Paese ove l’impresa italiana va a produrre non sarà in grado di acquistare quanto viene prodotto, e con ogni probabilità ciò che esce dalla fabbrica straniera tornerà a venir immesso sul nostro mercato dove però sarà carente la capacità di acquisto in quanto è venuta meno la capacità di produrre….
Siamo in presenza di un infernale meccanismo messo in moto dall’illusione dell’economia globale, un meccanismo che nessuno sa come fermare.
Certo dal punto di vista imprenditoriale produrre a un costo inferiore, ammesso che si trovi il mercato acquirente, può generare per un certo periodo di tempo più profitti, ma non era forse del tutto prevedibile –dal punto di vista del Paese/Italia- che avrebbe prevalso l’outgoing degli imprenditori rispetto alle imprese incoming?
Come non vedere il meccanismo perverso che al momento permette più profitto all’imprenditore, lasciando però sul lastrico la classe lavoratrice nostrana e quindi destinando al declino economico l’intero Paese?
Le considerazioni qui avanzate non valgono solo per il caso Fiat: ogni comparto industriale e commerciale ne è stato coinvolto.
Guardiamo ciò che è avvenuto nel nostro settore, quello dell’aviazione civile. Anche questo settore è stato caratterizzato dal progressivo ritiro degli Stati e dalle aperture agli imprenditori più capaci, in base alle quali ognuno poteva aprire rotte come e dove voleva.
Il fatto è che anche per questa industria non solo vale la capacità professionale ma anche la dote fiscale di cui ogni Paese è portatore.
Le ultime statistiche diramate dall’Enac e riferentesi all’anno 2008 indicano che Ryanair è al primo posto, in Italia, nella graduatoria per numero passeggeri internazionali trasportati, scalzando il primato storico detenuto da Alitalia. Verosimilmente tale dato sarà confermato anche per l’anno 2009. Guarda caso Ryanair è un vettore battente bandiera irlandese, un Paese nel quale tasse e contributi sono al minimo per imprese e lavoratori.
In questo settore una volta c’erano le compagnie aeree tradizionali che allorchè decidevano di aprire un collegamento con l’Italia assumevano personale negli uffici di città e negli aeroporti, generando forza lavoro diretta. Poi un giorno i guru dell’economia hanno deciso che anche il trasporto aereo andava deregolamentato perché bisognava creare concorrenti nei confronti delle troppo costose compagnie di bandiera.
I cieli si fecero affollati, iniziarono a comparire le compagnie low cost e il popolo osannò in quanto ora finalmente tutti avrebbero potuto volare.
Ma anche per questo caso come non vedere l’evidente analogia con quanto sta accadendo per il prodotto Fiat?
Le compagnie straniere vengono in casa nostra e sottraggono traffico alle compagnie italiane con evidenti riflessi negativi sul lato occupazionale.
Quello che potremmo produrre noi, gli altri ce lo sottraggono.
Certo qui potremmo aprire il discorso di quanto abbia influito la politica nostrana sulle condizioni di Alitalia, ma questo aspetto esulerebbe da ciò che stiamo trattando ovvero il nuovo corso commerciale ed economico instaurato dalla deregulation.
Limitiamoci solo ad osservare che anche nel campo dell’aviazione civile la deregulation doveva servire a dare più opportunità agli ultimi arrivati aprendo i collegamenti aerei alla concorrenza, ma anche in questo caso ci si è dimenticati la domanda fondamentale: quale prezzo bisognava pagare per questa rivoluzione?
Quanti disoccupati e salari da fame ci è costata?
L’utente del mezzo aereo dovrebbe almeno essere soddisfatto dal momento che egli può viaggiare ormai quasi gratis, ma attenzione: viaggiare, spostarsi in ogni caso costa, e poiché l’utente prima di essere consumatore dovrebbe essere produttore, è molto probabile che le sue tasche siano a secco ed ecco allora il turista mordi e fuggi che non rende nulla a tutto il mondo del turismo.
Compariamo questo odierno scenario con quello di ieri, quando in Italia avevamo industrie vanto del Paese quali Alitalia, Telecom, Olivetti…..società che davano lavori stabili e stipendi che permettevano di vivere, e domandiamoci se stiamo meglio oggi che abbiamo cinquanta compagnie telefoniche fra cui scegliere, però tutti noi giriamo con cinque centesimi in tasca, o se non stavamo meglio ieri quando avevamo solo una compagnia telefonica ma ci rimanevano i soldi per una vacanza con la V maiuscola, magari acquistando un biglietto aereo da una agenzia di viaggio che a sua volta guadagnava il 9 per cento di commissione e anche lei contribuiva a creare posti di lavoro.
Un disastro totale anche su questo fronte, un declino che sembra inarrestabile, complice il grande inganno populista di democratizzare il volo, di renderlo alla portata di tutti. Con quali conseguenze per un Paese che ha tasse e contributi più elevati degli altri?
Nessuno si è curato di questo insignificante particolare, e oggi però gridiamo allo scandalo perche la Fiat vuole andare a produrre in Serbia.
Antonio Bordoni