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M.V. Anno X - Nr 224 del 22.11.2010

AIUTI DI STATO: COMPAGNIE AEREE NO, BANCHE SI

M.V. Anno X - Nr 224 del 22.11.2010

Un vettore aero in difficoltà non può essere aiutato dallo Stato che lo ospita per non falsare la libera concorrenza ..

 

lo stesso principio dovrebbe valere anche per una Banca ma apparentemente non è così.

bandiera eu

 

Tutti noi ricordiamo le tante polemiche che hanno accompagnato le richieste avanzate dagli Stati per aiutare la propria compagnia aerea, quella cosiddetta di bandiera, in uno dei frequenti momenti critici attraversati dalla stessa.


L’aiuto non si poteva erogare se proveniva in maniera diretta dallo Stato o da una sua branca; se erogato, il sussidio, avrebbe rafforzato alcune imprese rispetto ad altre inquinando l’intoccabile tabù della libera concorrenza.


Più specificatamente l’articolo 87 del Trattato Ce prevede che:

“siano incompatibili con il mercato comune, nella misura in cui incidono negli scambi fra gli Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma, che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza”.


Ora è chiaro che se una regola si deve applicare essa non deve prevedere possibilità di favoritismi.

Il trasporto aereo per decenni era stato visto come un servizio dai connotati di pubblica utilità e malgrado ciò esso è stato oggetto di una delle prime deregolamentazioni e ad esso è stata applicata la regola del divieto dei sussidi e, sarà bene sottolinearlo, stiamo trattando di trasporto pubblico.


Ebbene in questi giorni sulla stampa si possono leggere le notizie riguardanti gli avvenimenti economici irlandesi ove viene riproposto con elegante termine il problema del “moral hazard”.

Le banche e lo Stato irlandese attraversano un momento di crisi ed esse, sia ben chiaro, non sono le prime a trovarsi in questa situazione; è già accaduto in Usa, in Gran Bretagna ed altrove. Il dilemma cui si discute, tutto di facciata, è quanto sia giusto aiutarle.


Le banche in questione non sono enti pubblici ma hanno natura privata, eppure per salvarle gli Stati si dissanguano, trovando improvvisamente miliardi di euro, quei stessi soldi che allorché, all’interno dei singoli Stati, qualcuno li reclamava per ospedali, metropolitane, scuole, università, ricerca…tutti giuravano di non poterli erogare in quanto “la situazione critica” del bilancio nazionale non permetteva ulteriori esborsi.

 


Già questa precisazione di per se stessa aprirebbe il campo ad un vasto dibattito, ma torniamo piuttosto alla nostra semplice domanda di apertura: perché, alla luce di una normativa valida per tutti, una impresa bancaria può essere aiutata e una aerolinea deve invece fallire ?


Se è vero che alla base di questa inflessibile procedura vi è quella selezione della specie che doveva far sparire l’incapace e lasciare il posto al più efficiente, allora a maggior ragione le banche che oggi si trovano in difficoltà perché invece di concentrarsi sul loro core business istituzionale (prestiti a imprese e famiglie) si sono dedicate alla vendita di prodotti di alta ingegneria finanziaria, devono prendersi la responsabilità delle scelte da loro fatte.

Dove erano quegli studi altamente approfonditi che esse intraprendono con zelo allorché un correntista chiede una linea di credito o una fideiussione o un fido?

Perché non si è fatto altrettanto per i prodotti che loro confezionavano e immettevano sul mercato?

Perché calcolare il rischio solo per gli altri e non per se stessi?


Ricordiamo che a causa di questi prodotti oggi nelle aule di giustizia sono in corso processi ove si discute in primo luogo circa la loro indecifrabilità.

 


Il termine “moral hazard” è l’elegante pseudonimo con il quale oggi viene proposto il dilemma se aiutare o meno chi si rende responsabile di tali azzardate operazioni.


Alla fine sappiamo bene come andrà a finire, gli istituti saranno salvati e con loro i responsabili che erano alla guida degli stessi.

Ma almeno vogliamo augurarci che qualcuno abbia il coraggio di stabilire la regola che preveda come da oggi le banche vengano suddivise in due classi: quelle che mantengono i conti correnti e alle quali è vietato fare operazioni di “alta ingegneria finanziaria”, e quelle che invece vogliono dedicarsi esclusivamente a queste ultime tipologie di operazioni.

 

Già sarebbe un notevole passo avanti quello di impedire che i soldi dei comuni mortali correntisti vadano a mischiarsi nei bilanci bancari a quelle operazioni a rischio salite alla ribalta delle recenti cronache.


E visto che siamo partiti confrontando aerolinee con istituti bancari, vorremmo aggiungere una ultima osservazione.

Non è infrequente apprendere di linee aeree che vengono multate perché “fanno cartello”. E’ di pochi giorni orsono la notizia che la Commissione europea ha comminato multe per circa 800 milioni di euro a undici compagnie aeree, colpevoli di aver costituito un cartello, tra il dicembre 1999 e il febbraio 2006, per concordare sovrapprezzi per il carburante e la sicurezza nei trasporti cargo.

 

Ma contro il cartello di chi con disarmante omogeneità continua da anni ad offrire lo zero virgola zero..…uno per cento sui soldi depositati nei conti correnti bancari, c’è qualcuno che sta investigando?

E se quello non è un cartello, cosa è?

 


Da una conclusione sembra non si possa sfuggire:

per la legge contro i cartelli a tutela dei consumatori è difficile non vedere figli e figliastri……

 

Antonio Bordoni
 


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