In questi drammatici giorni di crisi globale non vi è termine più usato, inflazionato e ricorrente come quello di “speculatori” o “speculazione internazionale”. E puntualmente nessuno nella stampa ufficiale, quella stessa stampa che ad essi ricorre per giustificare ciò che accade, ci spiega chi e cosa si nasconde dietro a questi termini.
MA COSA E’ MAI QUESTA “SPECULAZIONE” ?
Se la responsabilità di quanto sta accadendo è veramente di chi “specula”, diteci chi sono i soggetti interessati e diteci quali misure gli Stati intendono prendere contro di essi. Ma attenzione, quando chiediamo di sapere quali misure non intendiamo affatto riferirci alle soluzioni che ci vengono propinate quali ad esempio l’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea, o la richiesta da parte di quest’ultima di più celerità nel pareggiare i disavanzi dei bilanci nazionali. Non prendiamoci in giro, questo è fumo negli occhi che dovrebbe far credere al pecorame che le Autorità si muovono e si danno da fare. Ma non è questo il punto cruciale, non lo è affatto.
Nella sua storia recente ogniqualvolta l’essere umano si è dovuto confrontare con miseria e crisi queste condizioni erano immancabilmente la risultante di eventi bellici. Era al termine di questi nefasti avvenimenti che ci si ritrovava a dover convivere con disoccupazione, impieghi precari e sostentamento di difficile reperibilità. Ma nei periodi di pace che si alternavano al flagello bellico, i governi erano sempre riusciti a governare assicurando sicurezza e benessere ai loro popoli, almeno nel mondo occidentale. Al termine di ogni guerra ci si rimboccava le maniche e si cercava di ricostruire ciò che si era distrutto. L’Italia degli anni cinquanta/sessanta, pur uscita dalle ceneri di un conflitto mondiale, è un esempio di quanto sopra detto.
Ma guarda caso in quegli anni erano gli Stati che avevano il governo della propria moneta, erano le singole nazioni che decidevano ognuna la politica monetaria-finanziaria da adottare per far crescere il proprio Paese. Teorie sorpassate, questioni da mettere in soffitta perché i tempi sono cambiati?
E’ proprio qui che si perpetra il più colossale degli equivoci e delle prese in giro.
Oggi non è il ministro delle finanze del paese interessato che chiede ai propri connazionali misure drastiche per pareggiare il bilancio. In Europa oggi il ministro delle finanze, o meglio tutti i ministri delle finanze, altro non sono che burattini i cui fili vengono mossi da una banca sovranazionale i cui dirigenti chiedono più severità nei conti, altrimenti vietano di indebitarsi ulteriormente. Ma attenzione,
il vero significato di quest’ultimo warning consiste nell’ effettuare tagli al welfare, fare privatizzazioni per tutte quelle società un tempo ritenute strategiche per un Paese, e che una volta privatizzate divengono facile preda dei misteriosi “speculatori” internazionali.
Se si studiasse il caso Argentina si scoprirebbe che la situazione di questo Paese è precipitata proprio da quando ha dovuto seguire la cura impostagli da quell’ente di pio soccorso chiamato Fondo Monetario Internazionale.
Teniamo presente che privatizzare nei momenti di crisi vuol dire mettere sul mercato, e quindi far acquistare ad altri i propri gioielli di famiglia a prezzi di saldo, di svendita. Tuttavia basterebbe osservare chi da queste operazioni “raccomandate” dall’alto ci guadagna, per trovare una prima risposta alla nostra fatidica domanda.
Chi si arricchisce una volta che gli Stati si ritirano dai loro compiti istituzionali e seguono pedissequamente le raccomandazioni che vengono impartite da questi organismi sovranazionali che non rispondono ad alcuno delle loro decisioni ?
Qualcuno ha opportunamente fatto notare che mentre negli Usa la Federal Bank almeno deve rispondere al Congresso delle proprie scelte, ciò non avviene in Europa con la Banca Centrale.
Chi trae vantaggio ad esempio dalla distruzione del Welfare State (pensioni, TFR, sanità) una volta vanto degli Stati europei in particolare di quello italiano?
Una prima risposta potrebbe essere: i gestori dei fondi pensione e le società di assicurazione.
Eccoci allora giunti ad una delle parole chiave: i fondi. Troppo riduttivo tuttavia fermarsi a questo termine, aggiungiamoci i fondi hedge, i derivati, i CDS (Credit Default Swap) ovvero polizze assicurative sui rischi che corre uno Stato.
Per la maggior parte si tratta di operazioni eufemisticamente denominate di “sofisticata finanza” che in realtà altro non sono che trattazioni speculative scambiate tra operatori specializzati che si avvalgono di algoritmi, equazioni multivariabili il tutto immesso in un PC, da cui il termine ricorrente di “ingegneria finanziaria”.
Per dirla più semplicemente, siamo in presenza di una finanza che non è più al servizio della economia reale, come una volta avveniva, ma di chi passa il suo tempo a dilettarsi per dominare Borse e Stati, fino a provocarne la messa in crisi e il tracollo.
Ovviamente a questo punto la domanda consequenziale è perché gli Stati non intervengono per eliminare questi deleteri strumenti di finanza innovativa, o perlomeno per regolamentare un mercato così vistosamente distorto?
In risposta a questo legittimo interrogativo potremmo iniziare a proporre i tanti avvertimenti che si sono susseguiti nel corso di questi ultimi tempi da parte di esperti del settore rimasti fuori dal coro; ma dobbiamo tuttavia precisare che questi richiami hanno avuto tutti in comune la stessa sorte: ovvero quella di essere stati puntualmente ignorati.
Avvertiva ad esempio Enrico Braggiotti nell’aprile del 2009 in una intervista(*):
“a partire dall’anno 2000 la finanza globale si è sempre più allontanata dal mondo della economia reale e le banche si sono allontanate dal loro mestiere di base cioè procurare capitali alle imprese per il loro sviluppo e si sono trasformate in hedhe fund. Per di più le compagnie di assicurazione hanno seguito questa direzione e si sono proposte come banche ordinarie allo scopo di realizzare utili facili. La bolla non poteva non scoppiare”….”La securization, lo sviluppo dei derivati matematici ha aumentato enormemente i profitti degli intermediari con una finanza fittizia…”
Inutile girarci troppo intorno; quello che stava accadendo, era ed è noto, ma evidentemente manca la volontà di correggere il tiro.
Perché?
Mentre scriviamo questi appunti un accostamento fisso continua a frullarci nella testa; allorchè ci si interroga sui motivi per cui gli Stati si ostinano a voler dare, grazie alla politica della proibizione, un valore elevato a pochi grammi di droga,
non sono pochi coloro che sono convinti che di fronte a tanta ostinazione, in fondo agli Stati fa comodo immettere nel circolo finanziario questi spropositati valori; talmente spropositati che in alcuni Stati del Sud America si reputa che sia più il valore economico degli imperi dei narcotrafficanti che non della stessa Nazione che li ospita.
Quindi la risposta sul perché si continua a non prendere provvedimenti contro la speculazione è che questa potrebbe far comodo a qualcuno.
Un altro mito va infine sfatato, un mito che fa parte di questo incredibile gioco al massacro cui volenti o nolenti ci hanno coinvolto. Tutti siamo quotidianamente bombardati da messaggi atti a ribadire quanto siamo fortunati ad essere sotto la protezione della moneta unica europea.
Ebbene nei giorni in cui la Norvegia è salita alla ribalta delle cronache per il folle gesto di Anders Behring Breivik, tutti noi abbiamo potuto apprendere della eccezionale situazione di benessere sociale ed economico in cui versa questo Stato il quale non ha aderito all’Euro e ha resistito alle sirene delle privatizzazioni .
Stiamo parlando della Norvegia, non certo di un Paese che rientra nel novero delle alte sfere delle grandi potenze economiche del mondo.
Ma non ci hanno sempre fatto credere che per quei Paesi che rimanevano fuori della moneta unica, le economie sarebbero divenute ingestibili?
In chiusura vorremmo auspicare che l’ingegneria ritorni confinata alla costruzione di case e opere pubbliche e rimanga estranea alla finanza, la quale piuttosto farebbe bene a riscoprire il valore della “vecchia” , ma pur sempre valida, partita doppia.
Antonio Bordoni
(*)” Il sole 24 ore” del 14 aprile 2009: da oltre 50 anni la famiglia Braggiotti calca il palcoscenico della finanza italiana, caso pressochè unico nel Paese di moderna dinastia di banchieri professionisti. Il leader rimane l’85enne Enrico Braggiotti, amministratore delegato (dall’84 all’88) e infine presidente (fino al ’90) della Banca Commerciale italiana. Il titole del’articolo era “Torneranno le banche commerciali”.