La Globalizzazione ha di certo favorito i Paesi più forti economicamente e quelli dotati di una Classe Politica poco disposta a farsi corrompere.
Molte storiche aziende italiane sono passate in mani straniere ma il percorso inverso è stato possibile pochissime volte.
Dai tempi in cui ha preso il via la cosiddetta globalizzazione, vi è una considerazione assai ricorrente, specialmente sulla stampa anglosassone, circa un grave handicap di cui soffrirebbe l’aviazione civile mondiale: ad essa, o più precisamente ai vettori, non è permesso fare quello che avviene in qualsivoglia altra industria commerciale e industriale, ovvero fusioni cross-borders.
Ciò significa per essere più chiari che, ad esempio, una Air France non diverrà mai una controllata di una società statunitense così come un vettore statunitense non diverrà mai un controllato da una compagnia straniera.
A ben vedere dietro una lamentela di tale tipo vi è o molta ingenuità o una scarsa conoscenza di ciò che le compagnie aeree (almeno quelle di dimensioni notevoli) rappresentano per un Paese, aldilà delle belle parole sulla caduta delle frontiere o frasi similari di circostanza.
Di fatto mai nessun vettore cosiddetto di bandiera è passato….sotto altra bandiera. Si consideri il gruppo Air France/Klm, oppure l’altro il gruppo IAG (International Airlines Group) Iberia/British Airways: ebbene queste formazioni rappresentano il massimo cui si è potuti giungere con le “fusioni” riguardanti vettori di differente nazionalità. E non casualmente abbiamo messo le virgolette al termine fusione, perché malgrado i mass media quando danno la notizia della nascita di queste holdings parlino di merger o di fusioni, in effetti l’uso di tali termini è improprio dal momento che le due aerolinee interessate continuano a volare ognuna con il suo brand e i propri colori sociali.
Altra variante sul tema che ha caratterizzato la globalizzazione in campo aeronautico è quanto avvenuto, ad esempio, nel caso Lufthansa/Austrian o Lufthansa/Swiss. In questi casi, come in altri, vi è una acquisizione azionaria totale o comunque di maggioranza permessa dalle regole UE ma – è bene prenderne atto- anche in questo caso non ci si è spinti fino all’assorbimento completo dell’altro vettore ovvero alla sua fagocitazione con relativa scomparsa; infatti Swiss e Austrian malgrado di fatto controllate da Lufthansa continuano a volare anch’esse con i propri colori sociali.
Cosa significhi tutto ciò è presto detto: a parte i casi di fusioni interne, come quella fra Alitalia e Wind Jet o Alitalia-Air One, nel campo dell’aviazione civile i governi non intendono far perdere la peculiarità della bandiera ai propri vettori principali.
Ma vi è un altro aspetto della cosiddetta globalizzazione che merita di venir evidenziato, un aspetto a dir poco paradossale che dimostra come il fenomeno è lungi dall’essere “digerito” dall’opinione pubblica.
L’ultimo esempio risale a pochi giorni orsono allorchè la nostra stampa ha dato notizia del trasferimento di controllo di una azienda italiana ad una società straniera, nella fattispecie si trattava dell’acquisto della Ducati da parte della tedesca Audi e della sua holding Volkswagen.
Ebbene gli articoli erano costellati di frasi del tipo “un altro gioiello del made in Italy passa di mano” evidenziando come questo fosse l’ennesimo caso di “gioielli” italiani in mani straniere, con tanto di lista delle società interessate al passaggio: Bulgari, Parmalat, Ansaldo, Coin, Valentino Fashion Group, Findus, Selenia, Edison, Brioni, Gancia, Ruffino…..
Ebbene dalla lettura dei testi che accompagnano queste notizie si evince chiaramente che vi è una chiara dose di rammarico per questi passaggi di proprietà oltreconfine che fra l’altro significano, vogliamo ricordarlo, trasferimento dei processi decisionali al di fuori del’Italia. Ora però dal momento che tutti a chiacchiere si dichiarano favorevoli alla globalizzazione, non si può non giungere alla conclusione che forse il fenomeno in questione era stato interpretato a senso unico, ovvero andava bene se erano le aziende italiane che acquistavano società straniere.
Di fatto nessuno impedisce quest’ultima ipotesi, ma vi è purtroppo un particolare di cui ci si è accorti in ritardo, un particolare evidentemente sottovalutato e cioé che una globalizzazione perfetta sarebbe stata quella dove i campi da gioco fossero stati livellati, uguali per tutti, cosa che purtroppo non corrisponde alla realtà. Ciò che sta accadendo è che la globalizzazione si è dimostrata essere una trappola per tutti quei Paesi dalle economie di “serie B” in quanto quest’ultimi sono divenuti terra di conquista da parte di nazioni dalle economie più forti e questa considerazione non riguarda solo l’Italia.
Nel valutare quanto esposto si consideri ad esempio che lo scorso anno l’ex ministro Giulio Tremonti, di fronte al continuo trapasso di aziende tricolori in mano straniera aveva annunciato norme antiscalata sul modello di quelle in vigore in Francia (fatto che dimostra che gli altri hanno pensato concretamente su come proteggere i loro “gioielli”), mentre tornarndo al settore dell’aviazione andrebbe ricordata l’improvvisa ventata di patriottismo che percorse la penisola allorchè Alitalia stava per essere venduta allo straniero.
Fatto questo che prima o poi comunque avverrà.
Antonio Bordoni