Secondo l’Airports Council International Europe, i suoi soci avrebbero perso 250 milioni di euro; la Iata parla di 400 milioni di dollari al giorno; cifre da capogiro che riguardano gli oltre 100.000 voli cancellati nei giorni di fermo dei cieli.
L’imponente macchina dell’aviazione civile che assicurava come una ragnatela i collegamenti fra un continente all’altro si è improvvisamente fermata per un vulcano dal nome impronunciabile che aveva iniziato la sua eruzione.
E se inizialmente tutti sono stati zitti preparandosi al bivacco negli aeroporti, a poco a poco poi la polemica - questo termine che ormai come un tumore maligno non risparmia alcuna attività umana, dalla politica alla partita di pallone - è iniziata a montare.
E sapete quale è stata la causa prima? Incredibile ma vero: le perdite economiche, ovvero quanti soldi gli attori del sistema perdevano se gli aerei rimanevano a terra.
Da non credere. Quando accade una sciagura aerea l’opinione pubblica grida “vogliamo giustizia”, “fuori il colpevole”.
Poi quando un vulcano sprizza cenere e lapilli con una nube che va in giro per i cieli d’Europa, e le autorità aeronautiche consce di cosa ciò può significare per i motori degli aerei, e - diciamolo pure - altrettanto consce che non hanno strumenti e direttive precise in merito, prendono la decisione più drastica quanto ovvia, ovvero gli aerei rimangono a terra finché non si è chiarita la situazione, cosa accade? Quelle stesse persone che all’indomani di un incidente aereo chiedono giustizia, minacciano di far causa a chi ha provocato l’interruzione del servizio per gli aerei rimasti a terra.
Ovviamente, va da se, che se per caso gli aerei avessero volato nell’immediatezza della eruzione e qualcosa di spiacevole fosse accaduto, sempre quelle stesse persone avrebbero chiesto: “chi è stato quel pazzo incosciente che ha permesso agli aerei di decollare, in presenza della ben nota nube vulcanica?”
Questa storia ci ricorda un altro poco edificante capitolo della sicurezza aerea allorché in Europa, anche in questo caso sotto la spinta emotiva dell’opinione pubblica che reclamava un capro espiatorio, le autorità aeronautiche decisero di dar vita alla black list ovvero alla lista dei vettori che era meglio evitare.
Ciò che è accaduto è ben noto: gli incidenti sono continuati anche per quelle compagnie che non erano incluse nella black list, come d’altra parte era ovvio che fosse.
Per quale motivo le autorità che dovrebbero avere il polso della situazione debbono cedere di fronte a reazioni popolari del tutto emotive non supportate da alcun dato tecnico?
Tornando al vulcano, l’aviazione civile si è fatta cogliere impreparata nel senso che nessuno aveva stabilito i limiti di concentrazione di cenere vulcanica, quel limite che incredibilmente mancava malgrado tre decenni di eventi eruttivi vulcanici avessero già interessato le operazioni di velivoli commerciali.
Il re si è fatto trovare nudo, questa la verità, e in tale frangente l’unica cosa che l’aviazione civile poteva fare era quella di bloccare i voli in attesa di concertare un piano comune di intervento.
Gli aerei rimanevano a terra? Compagnie e aeroporti perdevano soldi? Passeggeri accampati?
Ma non è che per caso le autorità aeronautiche debbono dare la precedenza alla sicurezza del volo? Altrimenti quale valore ha quell’imperativo che a chiacchiere tutti dicono di voler rispettare “safety first”?
In svariate occasioni i Paesi europei hanno mandato navi e aerei militari in altri continenti per alleviare le conseguenze di eventi naturali e riportare in patria connazionali bloccati, al limite se fosse servito non si poteva fare altrettanto per questo evento?
Certo oggi col senno del poi è facile affermare che si è esagerato, ma una tale affermazione avrebbe un fondamento se pur con i valori prefissati si fosse proceduto ad una chiusura generalizzata dei cieli, ma stabilito che i valori di riferimento erano mancanti chi si poteva prendere la responsabilità di mettere a repentaglio la vita di centinaia di migliaia di passeggeri?
Antonio Bordoni