Uno studio dell'Università Niccolò Cusano definisce i criteri per trasformare l'apicoltura in una leva di sviluppo economico e ambientale
L'Italia si conferma un Paese centrale per l'apiturismo, un segmento del turismo rigenerativo che coinvolge oggi sette viaggiatori su dieci, interessati a vacanze immerse in ecosistemi rurali.
Con oltre due milioni di alveari e 60 varietà di miele, il territorio nazionale presenta produzioni significative in regioni come il Piemonte e la Calabria.
Il settore beneficia di stanziamenti consistenti, tra cui 12 milioni di euro dal governo e oltre cinque milioni di euro da fondi europei, a fronte di un valore economico degli impollinatori stimato dalla Commissione UE in circa 15 miliardi di euro l'anno.
In questo scenario, una ricerca condotta da Alessandra Vitale e Marco Valeri dell'Università Niccolò Cusano, insieme a Shekhar Asthana, ha analizzato come l'incontro tra api e turismo possa generare benefici per le comunità locali.
Lo studio "Beekeeping and Tourism" evidenzia che l'apiturismo non deve limitarsi alla semplice osservazione, ma deve finanziare interventi concreti come il ripristino di piante mellifere native e la riduzione di input chimici.
Progetti come LIFE BEEadapt testimoniano l'efficacia di questo approccio con l'installazione di oltre 70 bee-hotel e la piantumazione di 6.000 piante in aree pilota.
Il framework elaborato dai ricercatori stabilisce che un'esperienza è realmente rigenerativa solo se soddisfa tre condizioni simultanee: la rigenerazione degli ecosistemi, la presenza di visitatori consapevoli e lo sviluppo locale delle destinazioni.
Per misurare il benessere sociale prodotto, lo studio suggerisce indicatori quali la permanenza della spesa sul territorio, l'attivazione di posti di lavoro e il coinvolgimento di scuole e associazioni.
Questo modello sistemico offre a policy maker e imprenditori agricoli uno strumento per integrare performance economica e tutela ambientale.